Oltre i confini di una didattica predefinita e di approcci pedagogici monolitici, emerge la Pedagogia del “relativo” e del “dipende”, un paradigma che non si configura come un’evasione di responsabilità, ma come una rigorosa dichiarazione di onestà epistemica. Al cuore di questa prospettiva risiede l’idea che ogni scelta educativa sia indissolubilmente legata a variabili interdipendenti in costante mutamento, rendendo impossibile l’adozione di ricettari o risposte univoche universalmente valide. Questa pedagogia dipendente trae ispirazione dalla teoria della relatività, mutuando dalla fisica il concetto che non esista un sistema di riferimento assoluto da cui osservare il mondo. In ambito educativo, ciò si traduce nella necessità di definire la variabilità del sistema di riferimento: l’osservazione e l’azione acquisiscono senso solo in relazione allo specifico contesto e alle caratteristiche di funzionamento degli individui che lo abitano. Rinunciando a metodi e programmi dal valore assoluto, la pedagogia del relativo si focalizza sulla significatività delle strategie in base a chi abbiamo di fronte. Il fondamento valoriale di tale approccio è l’equità, intesa secondo la lezione della Scuola di Barbiana: «non c’è nulla di più ingiusto che far parti uguali tra disuguali». Questo principio si incarna nel Relational Model dei Disability Studies, che sposta l’attenzione dal difetto individuale alla relazione dinamica tra la persona e il contesto. In questa visione, l’autonomia non è un’abilità isolata, ma, secondo il pensiero di Morin, un’autonomia dipendente, una condizione relazionale che si realizza nel rapporto con gli altri e con il contesto. L’architrave metodologica di questo modello è la Semeiotica Positiva di Adriano Milani Comparetti. Essa rifiuta le semplificazioni mutilanti delle tappe evolutive standardizzate per mettersi alla ricerca delle competenze reali, dei messaggi e del potenziale del soggetto in formazione. Lo sguardo dell’educatore non è più un atto tecnico, ma una disposizione epistemologica. Osservare significa esserci, ascoltare i silenzi e interpretare la complessità del reale senza il peso del giudizio. In tale contesto, il modello bio-psico-sociale dell’ICF diventa uno strumento, seppur perfettibile, per leggere la disabilità non come una patologia, ma come il risultato di un’interazione sfavorevole tra lo stato di salute e un contesto ricco di barriere. L’azione educativa si trasforma così in un processo di individuazione e rimozione di tali ostacoli, promuovendo facilitatori che garantiscano il diritto alla presenza, partecipazione e progresso con gli altri in termini di apprendimento. In definitiva, la pedagogia del “relativo” e del “dipende” elegge l’individuo come propria “stella polare” e “cartina di tornasole”. È lui il perno su cui verificare la validità di ogni proposta didattica. Abbandonando le certezze del “si è sempre fatto così”, questa prospettiva invita ad abbracciare l’incertezza e la dinamicità, trasformando l’atto educativo in un dialogo creativo e situato, dove l’unica costante è la relazione profonda tra i soggetti e il contesto che li circonda.

Pedagogía y Didáctica de lo “relativo” y del “depende”: una epistemología de la complejidad

Marianna Piccioli
2026-01-01

Abstract

Oltre i confini di una didattica predefinita e di approcci pedagogici monolitici, emerge la Pedagogia del “relativo” e del “dipende”, un paradigma che non si configura come un’evasione di responsabilità, ma come una rigorosa dichiarazione di onestà epistemica. Al cuore di questa prospettiva risiede l’idea che ogni scelta educativa sia indissolubilmente legata a variabili interdipendenti in costante mutamento, rendendo impossibile l’adozione di ricettari o risposte univoche universalmente valide. Questa pedagogia dipendente trae ispirazione dalla teoria della relatività, mutuando dalla fisica il concetto che non esista un sistema di riferimento assoluto da cui osservare il mondo. In ambito educativo, ciò si traduce nella necessità di definire la variabilità del sistema di riferimento: l’osservazione e l’azione acquisiscono senso solo in relazione allo specifico contesto e alle caratteristiche di funzionamento degli individui che lo abitano. Rinunciando a metodi e programmi dal valore assoluto, la pedagogia del relativo si focalizza sulla significatività delle strategie in base a chi abbiamo di fronte. Il fondamento valoriale di tale approccio è l’equità, intesa secondo la lezione della Scuola di Barbiana: «non c’è nulla di più ingiusto che far parti uguali tra disuguali». Questo principio si incarna nel Relational Model dei Disability Studies, che sposta l’attenzione dal difetto individuale alla relazione dinamica tra la persona e il contesto. In questa visione, l’autonomia non è un’abilità isolata, ma, secondo il pensiero di Morin, un’autonomia dipendente, una condizione relazionale che si realizza nel rapporto con gli altri e con il contesto. L’architrave metodologica di questo modello è la Semeiotica Positiva di Adriano Milani Comparetti. Essa rifiuta le semplificazioni mutilanti delle tappe evolutive standardizzate per mettersi alla ricerca delle competenze reali, dei messaggi e del potenziale del soggetto in formazione. Lo sguardo dell’educatore non è più un atto tecnico, ma una disposizione epistemologica. Osservare significa esserci, ascoltare i silenzi e interpretare la complessità del reale senza il peso del giudizio. In tale contesto, il modello bio-psico-sociale dell’ICF diventa uno strumento, seppur perfettibile, per leggere la disabilità non come una patologia, ma come il risultato di un’interazione sfavorevole tra lo stato di salute e un contesto ricco di barriere. L’azione educativa si trasforma così in un processo di individuazione e rimozione di tali ostacoli, promuovendo facilitatori che garantiscano il diritto alla presenza, partecipazione e progresso con gli altri in termini di apprendimento. In definitiva, la pedagogia del “relativo” e del “dipende” elegge l’individuo come propria “stella polare” e “cartina di tornasole”. È lui il perno su cui verificare la validità di ogni proposta didattica. Abbandonando le certezze del “si è sempre fatto così”, questa prospettiva invita ad abbracciare l’incertezza e la dinamicità, trasformando l’atto educativo in un dialogo creativo e situato, dove l’unica costante è la relazione profonda tra i soggetti e il contesto che li circonda.
2026
979-13-7047-436-2
Pedagogia del “relativo” e del “dipende”; Equità; Relational Model; Semeiotica Positiva; Complessità
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14244/11881
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